Livio


Il sogno di tutti i bambini di Gerlo è giocare nelle squadre giovanili della Gerla o del Renciai. Chi riesce, poi, ad arrivare in una delle due prime squadre, diventa un predestinato, un eroe cittadino.

Ma quando si è bambini non si pensa tanto a questo; si cerca il profumo dell’erba appena bagnata, il tocco d’arte del gesso a segnar le linee, e soprattutto il tocco del pallone a cercar d’imitare le giocate dei grandi campioni. Si vuol giocare e divertirsi, senza tante pressioni.

Anch’io avrei voluto tanto giocare. Nella realtà non è mai successo: mia madre non aveva piacere. Mi indirizzò prima al tennis, poi alla pallavolo, infine alla pallacanestro, e salve quest’ultima non manifestai neanche un briciolo di capacità o talento. Per la verità non è che avessi particolari ambizioni: mi allenavo parecchio, ma con scarsa prospettiva. Volevo il calcio e non l’avevo mai neanche sfiorato.

A un cento punto della mia adolescenza, dopo aver abbandonato ogni sport e trovandomi in una posizione di sportivo fallito, ho preso la mia scelta. Avrei puntato tutto sulla giacchetta nera. Sarei stato l’ultimo di una lunghissima tradizione di esponenti del mondo arbitrale. La scelta aveva i suoi vantaggi: un arbitro non fa panchina, è sempre in campo, non viene sostituito, non deve giocarsi il posto con un avversario (ci si gioca solo le partite migliori, i passaggi di categoria… ma questa è un’altra storia).

Certo non consideravo appieno tutte le responsabilità che ricadevano sulla mia figura, ma non mi spaventava l’imparare il Regolamento. Anzi, pagina dopo pagina scoprivo le pieghe regolamentari e non capivo come potessero essere usate a pretesto per le polemiche domenicali quando tutto era così chiaro. Dimenticavo di non avere idea di come si comportasse un arbitro in campo, prima, dopo: nelle partite in televisione questo non si vedeva, e in verità si scorgeva di rado pure il direttore di gara. Tutto da imparare, insomma, con la speranza di cambiare qualcosa nel calcio puzzòne, pervaso da sospetti e marciume vario. Convincere la stampa, soprattutto, che l’arbitro non è sempre il colpevole, ne ero sicuro. Proviamoci, mi son detto. Vediamo cosa riusciamo a fare.

Sono nato a San Eustacchio il 17 agosto 2036. Mia madre aveva la pretesa che io nascessi nella piccola clinica di questa città, pare che l’ospedale di Gerlo fosse troppo provinciale. Dopo 34 anni è difficile giudicare, ormai sono fatti passati e nel frattempo sono nato bene e ho continuato a vivere ugualmente.

Nel 2036… non c’era niente di particolare di cui tener conto. Pare (pare) che alcuni scienziati, una trentina d’anni prima, avessero pronosticato l’impatto di un asteroide contro la Terra proprio in quest’anno. Niente di tutto ciò, in realtà: solo una pioggia di stelle cadenti, per San Lorenzo, più abbondante del solito. Io sono seguito di poco, a quella pioggia.

La Puzzonia del 2036 era uno stato sufficientemente moderno da poter guardare dall’alto in basso qualunque paese si fosse appena affacciato alla nuova economia globale. Senza alcun diritto né vanto di guardare in quel modo, peraltro. Come nella migliore tradizione latina, mutuata dall’Impero Romano, i rappresentanti del popolo eletti a governare il Paese avevano capito che il popolo era ben contento di godersi panem et circenses: e così, avanti tutta col calcio. Sport nazionale è dir poco: praticamente passatempo per ogni ora ed età. Mio nonno usava raccontare di quando cominciarono a vendere le prime edizioni di Windows 30X col manageriale calcistico e i quiz sui Mondiali, al posto del caro vecchio Solitario: ovviamente accompagnava la storia a una sonora bestemmia, dato che di calcio trasudava ogni ganglio del paese e ne se sarebbe fatto volentieri a meno, di averlo pure sul computer.

Per capirci: non bastavano tre quotidiani nazionali con pagine calcistiche dedicate tra il 50% e l’80%. Interi telegiornali sportivi; riviste e magazine dedicati nascevano ogni mese; tg e quotidiani classici dedicavano fino al 20% al calcio (non sport, ma puro pallone).

In questo clima di sana allegria, raccontare la situazione del mio paese è arduo, perché -annebbiati dai fumi dell’alcool e dei fumogeni- far dire a babbo e nonno se al governo fossero autocratici, tecnocrati o teocratici (o una qualche loro combinazione) non è impresa da poco.

Certo è che oggi, 20 giugno 2070, amministra la Puzzonia il leader teocratico più carismatico e forse ingombrante degli ultimi anni: Ferdinando III, parente alla lontana (così dice internet) di alcuni leader della DC degli anni 2000. Uno statista mondiale, dicono: l’unico che sia riuscito, in un paese occidentale, a ripristinare la confessionalità dello stato dopo decenni di pragmatissimo laicismo.