Il sogno di tutti i bambini di Gerlo è giocare nelle squadre giovanili della Gerla o del Renciai. Chi riesce, poi, ad arrivare in una delle due prime squadre, diventa un predestinato, un eroe cittadino.
Ma quando si è bambini non si pensa tanto a questo; si cerca il profumo dell’erba appena bagnata, il tocco d’arte del gesso a segnar le linee, e soprattutto il tocco del pallone a cercar d’imitare le giocate dei grandi campioni. Si vuol giocare e divertirsi, senza tante pressioni.
Anch’io avrei voluto tanto giocare. Nella realtà non è mai successo: mia madre non aveva piacere. Mi indirizzò prima al tennis, poi alla pallavolo, infine alla pallacanestro, e salve quest’ultima non manifestai neanche un briciolo di capacità o talento. Per la verità non è che avessi particolari ambizioni: mi allenavo parecchio, ma con scarsa prospettiva. Volevo il calcio e non l’avevo mai neanche sfiorato.
A un cento punto della mia adolescenza, dopo aver abbandonato ogni sport e trovandomi in una posizione di sportivo fallito, ho preso la mia scelta. Avrei puntato tutto sulla giacchetta nera. Sarei stato l’ultimo di una lunghissima tradizione di esponenti del mondo arbitrale. La scelta aveva i suoi vantaggi: un arbitro non fa panchina, è sempre in campo, non viene sostituito, non deve giocarsi il posto con un avversario (ci si gioca solo le partite migliori, i passaggi di categoria… ma questa è un’altra storia).
Certo non consideravo appieno tutte le responsabilità che ricadevano sulla mia figura, ma non mi spaventava l’imparare il Regolamento. Anzi, pagina dopo pagina scoprivo le pieghe regolamentari e non capivo come potessero essere usate a pretesto per le polemiche domenicali quando tutto era così chiaro. Dimenticavo di non avere idea di come si comportasse un arbitro in campo, prima, dopo: nelle partite in televisione questo non si vedeva, e in verità si scorgeva di rado pure il direttore di gara. Tutto da imparare, insomma, con la speranza di cambiare qualcosa nel calcio puzzòne, pervaso da sospetti e marciume vario. Convincere la stampa, soprattutto, che l’arbitro non è sempre il colpevole, ne ero sicuro. Proviamoci, mi son detto. Vediamo cosa riusciamo a fare.