Arbitri e A.S.CA.


I Presidenti delle società, e i titolari di cariche politiche quando si parla di Nazionali, hanno il diritto di lamentarsi, ma non andare oltre. Condurre crociate contro gli arbitri è un errore madornale.

Il problema non risiede negli Arbitri Sezione CAlcio, ma nel sistema malato che porta a dare la colpa all’arbitro di turno per salvare la propria squadra, per trovare facili alibi e scusanti. Gli errori ci sono e non si può cambiare nulla e, soprattutto, male sarebbe avere arbitri perfetti: ogni partita ne riuscirebbe svilita.

Se qualche Presidente pensa che siano presenti azioni illecite o illegali nel nostro calcio, sarà mia cura personale querelarlo.

Leonardo Magni

Presidente Unione Squadre PROfessionistiche

[di Gherardo Donoli per Omnisport]

Il rigore con cui la Slovenia ha pareggiato con la Puzzonia non è piaciuto al premier puzzòne Ferdinando III. Indiziato numero uno, l’arbitro romeno Gheorge Cinescu, accusato di aver “rubato” la vittoria alla Puzzonia. “Oggi devo parlare come premier, ma ieri sera il discorso era diverso: avevo voglia di uccidere voi sapete chi, come ogni puzzòne. Gli errori degli arbitri ci sono, ma quello è stato spiacevole, così evidente quanto ingiusto”.

Parole grosse, prive della prudenza che dovrebbe contraddistinguere chi di professione fa il politico. Una caduta di stile che, traendo origine da un calcio di rigore inventato, è più che legittima: il penalty sarebbe stato sacrosanto. Il premier, di calcio, è un appassionato vero e un intenditore. Dopo l’epilogo della gara della sua nazionale contro la Slovenia non è riuscito a contenere la stizza: “Sarebbe stato meglio perdere nel primo tempo, quando loro si sono costruiti in modo lecito una serie di occasioni. Perdere in questa maniera è uno smacco pesante, ci ha feriti”.

(dopo Slovenia – Puzzonia 2-2 dei campionati Mondiali)

Il sogno di tutti i bambini di Gerlo è giocare nelle squadre giovanili della Gerla o del Renciai. Chi riesce, poi, ad arrivare in una delle due prime squadre, diventa un predestinato, un eroe cittadino.

Ma quando si è bambini non si pensa tanto a questo; si cerca il profumo dell’erba appena bagnata, il tocco d’arte del gesso a segnar le linee, e soprattutto il tocco del pallone a cercar d’imitare le giocate dei grandi campioni. Si vuol giocare e divertirsi, senza tante pressioni.

Anch’io avrei voluto tanto giocare. Nella realtà non è mai successo: mia madre non aveva piacere. Mi indirizzò prima al tennis, poi alla pallavolo, infine alla pallacanestro, e salve quest’ultima non manifestai neanche un briciolo di capacità o talento. Per la verità non è che avessi particolari ambizioni: mi allenavo parecchio, ma con scarsa prospettiva. Volevo il calcio e non l’avevo mai neanche sfiorato.

A un cento punto della mia adolescenza, dopo aver abbandonato ogni sport e trovandomi in una posizione di sportivo fallito, ho preso la mia scelta. Avrei puntato tutto sulla giacchetta nera. Sarei stato l’ultimo di una lunghissima tradizione di esponenti del mondo arbitrale. La scelta aveva i suoi vantaggi: un arbitro non fa panchina, è sempre in campo, non viene sostituito, non deve giocarsi il posto con un avversario (ci si gioca solo le partite migliori, i passaggi di categoria… ma questa è un’altra storia).

Certo non consideravo appieno tutte le responsabilità che ricadevano sulla mia figura, ma non mi spaventava l’imparare il Regolamento. Anzi, pagina dopo pagina scoprivo le pieghe regolamentari e non capivo come potessero essere usate a pretesto per le polemiche domenicali quando tutto era così chiaro. Dimenticavo di non avere idea di come si comportasse un arbitro in campo, prima, dopo: nelle partite in televisione questo non si vedeva, e in verità si scorgeva di rado pure il direttore di gara. Tutto da imparare, insomma, con la speranza di cambiare qualcosa nel calcio puzzòne, pervaso da sospetti e marciume vario. Convincere la stampa, soprattutto, che l’arbitro non è sempre il colpevole, ne ero sicuro. Proviamoci, mi son detto. Vediamo cosa riusciamo a fare.

(di Ernesto Paolini per Il Popolo Sovrano)

In Puzzonia si giocano due campionati: uno in campo, l’altro in tv. Di recente, il presidente della Federazione Continentale Gunnar Svensson ha commentato: “L’arbitro è solo, e da solo decide, in mezzo a 34 telecamere. Tirando a indovinare il 50% delle decisioni che deve prendere, non può far altro”. E’ chiaro: l’arbitro, certe cose, non può vederle. Anche contando i calciatori che cercano di fregarlo (e a volte ci riescono pure) nella simulazione. Alla solitudine dell’arbitro si potrebbe ovviare, come aggiunge il presidente, non con la moviola in campo (“sarebbe la fine di arbitri e calcio: ogni partita durerebbe cinque ore”) ma con due arbitri in più: quei giudici di area da reclutare tra gli arbitri, over 45, costretti alla pensione anticipata.

Ma è davvero la soluzione giusta? Un arbitro, due assistenti, due giudici di area (e un quarto uomo, perché non è scontato che costui abbia un ruolo marginale e puramente burocratico-notarile); tutti sotto costante contatto audio, via auricolare. Lasciatemi essere perplesso, non fosse altro per i costi. Sicuramente è meglio della moviola, comunque. Forse, sperimentando, potrebbe essere la strada giusta. Ma già il doppio arbitro era stato un fallimento, dunque non dovrebbe essere questa la soluzione.

C’è un problema di fondo: non è possibile che le partite si giochino sempre più fuori dal campo. E’ giusto discutere e divertirsi con la moviola, ma non oltre. Il ricorso alla tecnologia per sciorinare e sezionare tutti gli episodi di una partita è ormai diventata una malattia. Bisogna tornare a credere nell’arbitro, uomo dotato di debolezze, errori, lacune. Nessuno si fida più di quello che accade, in tempo reale, a velocità naturale, sul campo. E’ giusto pretendere che la classe arbitrale faccia meno errori, e la cura attuale -pur all’inizio- dà già i primi buoni frutti. Però è anche giusto pretendere toni da nazione civile, accettare che l’arbitro ha solo due occhi così come un calciatore ha solo due piedi. Chi sbaglia non lo fa apposta: solo collaborando, fornendo tutto l’appoggio si potrà godere di un calcio più fresco e genuino, meno pervertito ad analisi tecniche impossibili nell’arco di pochi secondi.

Quando anche un giornale progressista come Il Popolo Sovrano si lancia in piccole ma solide campagne d’opinione come quella pubblicata oggi, allora vuol dire che un problema di fondo c’è davvero. Basta che non sia già più grave di quanto sembri…